abbandono solitudine

Qual è la differenza tra la paura dell’abbandono e quella della solitudine?

Ad un primo sguardo si assomigliano (e in parte si compenetrano, è vero). Cerchiamo insieme di capire come comportarci di fronte a queste dinamiche e soprattutto quali fiori utilizzare in uno e nell’altro caso.

Nota: questo articolo, pur leggibile da tutti, è maggiormente rivolto ai terapeuti.

Di primo acchito e facendo un discorso generico, iniziamo a differenziare questi due stati dalle parole: chi ha paura dell’abbandono, teme di perdere l’amore che ha. È quindi “dipendente” da una fonte di amore che gli provvede nutrimento e teme che questa fonte scompaia.

Chi ha paura della solitudine vive una situazione diversa perché sa già che questa fonte non c’è, non è presente e che quindi non potrà fare affidamento su di essa.

È chiaro, questi stati si compenetrano, e anche tutto il sistema bachiano si basa sulla paura, poiché l’universo duale nel quale siamo immersi si basa sulla separazione e sull’unione, possiamo quindi affermare che si basi sulla paura e sull’Amore.

Ma andando ad osservare più in profondità la genesi di questi due comportamenti, non possiamo non notare che la paura dell’abbandono (vedi anche la ferita da abbandono secondo la Bourbeau in questo articolo) è riconducibile a una struttura dipendente che, secondo Lowen, come secondo la psicosintesi di Assagioli, corrisponde al carattere orale ed è inserita nel grande contenitore dello stile depressivo di personalità.

struttura-depressiva

La ferita del depresso è costituita da una carenza d’Amore. Al depresso è mancata la fondamentale e rassicurante esperienza di accettazione, comprensione, comunione con la madre. In termini di teoria dell’attaccamento, al depresso è mancata la base sicura, quindi è mancata l’esperienza di essere rassicurato e accolto in modo caldo, pieno, incondizionato. (Scardovelli – Subpersonalità e crescita dell’Io – pag.132)

Il depresso si collocherebbe quindi all’interno del modello di attaccamento (pattern) insicuro-ansioso-ambivalente. Ovvero, nell’esperienza fondamentale che il bambino esperisce, non vi è la certezza di potersi affidare completamente alla madre, perché questa a volte è presente, altre volte no.

Il bambino depresso quindi tenderebbe a costruire in sé la convinzione di “dover fare qualcosa” per meritarsi l’amore della madre: fare il bravo, accondiscendere, etc.

All’interno di questa cornice, il bambino “orale” non ha le energie sufficienti per agire da solo e quindi è costretto ad accondiscendere, quello “masochista” non ha invece il permesso di disubbidire perché, essendo stato troppo amato, non può permettersi di tradire, pena la colpa, allora si costringe ad ubbidire.

Il modo più semplice infatti, di rappresentare il rapporto tra la subpersonalità depressa, l’orale e il masochista, è quello di considerare oralità e masochismo i due poli entro cui si può dilatare la sub depressa, ciascuno con la sua specifica origine: carenza per l’orale, iperprotezione per il masochista. (Scardovelli – id. – pag.169).

In questa sede non faremo il differenziale tra orale e masochista, ma giusto per capire, l’orale è vuoto, scarico, Hornbeam, Wild Oat, il masochista è pieno, carico, Holly. L’orale non ha una fonte interna di rigenerazione energetica, il masochista non sa come scaricare l’energia in eccesso. Due di questi fiori WOAHOL sono catalizzatori maggiori.

ferita-bisogno-amore

Il depresso quindi impara a sottomettersi per non perdere l’amore e quindi implicitamente cerca di essere protetto, guidato e metaforicamente “adottato” da una persona capace che ne faccia le veci, che gli risolva i problemi, che lo sostituisca in tutto ciò che non sa fare. Come detto, l’orale perché non ha energie, il masochista perché essendo soffocato dalla protezione, non gli è stato permesso di sviluppare la propria volontà/indipendenza.

Stiamo ovviamente parlando di Centaury a livello floreale a cui NON possiamo NON accludere Larch (come convinzione e sensazione perenne di inferiorità che questo stato conduce) e necessariamente anche Chicory.

Includiamo Chicory perché il depresso ha imparato che non ha diritto di ricevere per il semplice fatto che esiste. Egli può ricevere solo perché da delle cose in cambio: affetto, sorriso, premurosità. Egli non ama autenticamente; egli mostra amore per riceverne. Egli “deve” amare per sopravvivere. E talvolta, anche se non riceve o riceve molto poco, continua ad “amare” lo stesso, nell’illusione di poter prima o poi essere ricambiato. (Scardovelli – id. – pag.136).

Ecco la triade di base CENCHILAR per lavorare con lo stile di personalità depressiva. A questa si dovranno aggiungere altri fiori a seconda di ciò che il colloquio ci porterà: WIL per l’amarezza, MUS per la tristezza, GENWHC per i pensieri negativi ricorrenti e così via.

Ma stiamo sul nucleo del discorso: la paura dell’abbandono.

Il timore dell’abbandono o della sostituzione [un altro/altra migliore di me (LAR) prenderà il mio posto (pensiero negativo GENWHC, disvalore CHILAR)] è molto forte in CEN, e può arrivare al panico RRO.

CEN tende a fuggire da tutto ciò che significa solitudine, ma essendo partner e famiglia al primo posto nei suoi desideri (il suo è un bisogno di attaccamento), cercherà la vicinanza, la presenza, sottomettendosi volentieri anche alle vessazioni, pur di mantenere il contatto tanto gradito e che gli permetterà di continuare a sopravvivere. Teniamo presente che la sua forma di legarsi consiste nel fondersi totalmente con l’altro (per tentare di recuperare il contatto materno), nel tentativo di attenuare la sensazione di essere piccolo, debole, impotente, insignificante.

Questo meccanismo di difesa si chiama introiezione. Si produce cioè la fusione di una persona debole con un’altra più forte, per attenuare il terrore che, nel caso di Centaury, è suscitato dall’abbandono e dal doversi occupare di Sé. (Orozco – Nuovo manuale della diagnosi differenziale e dei fiori di Bach – pag. 56)

Chi ha paura dell’abbandono è, di norma, molto immaturo. Cerca quindi di semplificare il mondo per renderlo più gestibile. È molto innocente e questo lo rende vulnerabile al ricatto affettivo. Ricordiamo che Bach dice di Centaury: “Per le persone buone, tranquille, gentili, estremamente ansiose di servire gli altri”.

Questa ansia di servire gli altri, diventa una forte tendenza verso RCH, anche a causa della continua fusione con le persone che ama.

CENLAR è solitamente molto pacifico, cerca di trovare un accordo nelle situazioni per evitare il conflitto che lo porterebbe a reagire con esplosioni HOL e queste potrebbero mettere a rischio la presenza dell’altro.

Il depresso pensa in funzione dell’abbandono. Ne vive continuamente lo spettro perché intimamente crede di non valere abbastanza. Cosa succederebbe se reagisse con rabbia? Perderebbe l’altro.

Questa difesa però non fa altro che accumulare rabbia HOL nel Sé inferiore che egli poi manifesterà attraverso gli equivalenti aggressivi e sfogherà in maniera indiretta. Ma non possiamo pensare che nel depresso non ci sia rabbia. Ce n’è tantissima, ma non viene esteriorizzata per paura di perdere la fonte dell’Amore e del nutrimento.

abbandono solitudine

Veniamo ora alla paura della solitudine che dalla letteratura floreale ritroviamo in Heather.

Orozco per primo ha collegato HEA allo stile istrionico di personalità in cui AGR corrisponderebbe al lato della commedia, mentre HEA a quello del dramma. Sappiamo infatti che AGR ha sempre la battuta pronta, tende a sdrammatizzare, appunto, mentre Heather manifesta con forza la propria lamentela, il proprio disagio. È plausibile ritrovare entrambi i fiori all’interno di una cornice istrionica e questo perché gli istrionici si presentano come seduttivi, affascinanti, vogliono fare colpo. Hanno sempre bisogno di un pubblico.

A differenza del depresso che deriverebbe dal modello di attaccamento (pattern) insicuro-ansioso-ambivalente, l’istrionico, così come il narcisista, deriverebbero da quello disorganizzato (anche se è necessario fare queste affermazioni con molta cura anche perché non siamo nell’ambito della patologia, ma pur sempre in quello della somministrazione floreale).

L’istrionico quindi sarebbe nato e cresciuto in un ambiente familiare caotico, contraddittorio, privo di punti di riferimento stabili, in cui viene dato valore diverso alle situazioni a seconda del peso emotivo transitorio, in cui il bambino viene punito oggi per un a cosa per cui verrà premiato domani.

All’interno di questa cornice dove è chiaro che il modello di riferimento sia contraddittorio, è facile che il bambino sviluppi la paura della solitudine. Ma cosa significa questo?

Paura della solitudine in questo caso significa paura di confrontarsi con sé stessi, perché già si è certi che entrando in questo pantano di emozioni altalenanti e continuo disvalore, la persona troverà soltanto vuoto e dolore.

Allora la strategia difensiva diventa fuggire a cercare qualcuno (chiunque egli sia) con cui, come dice Bach, discutere dei loro problemi con gli altri, chiunque essi siano. Infatti le persone HEA sono molto infelici se devono rimanere soli per un certo periodo di tempo.

La loro paura della solitudine è così forte che possiamo spesso chiamarla angoscia esistenziale SCH. Solo che questa angoscia è sotto la maschera, nel caso di AGR lo sdrammatizzare, in quello di HEA l’attaccarsi agli altri, vampirizzandoli, e parlando dei propri problemi.

Differenziando rispetto al tema centrale dell’articolo, i soggetti HEA parlano solo ed esclusivamente di loro stessi, quelli CEN, al contrario, no. Il differenziale quindi è molto semplice. inoltre il comportamento istrionico è chiaramente seduttivo, quello depressivo molto più remissivo.

La paura della solitudine è più forte di quella dell’abbandono, proprio perché ritornando alle origini, non si ha un modello di riferimento stabile e i dettami sono in conflitto tra di loro, allora si tende alla negazione (negare parti di realtà) o alla dissociazione (dimenticare parti di realtà), esattamente come succedeva nel’infanzia. Allora si tende, come fa AGR a cercare solo il bello, senza vedere gli aspetti negativi (aspetti verso cui invece il depresso è attratto), oppure, come fa HEA,  a scaricarli sugli altri.

Quando queste strategie non sono più sufficienti, possono innescarsi dipendenze da sostanze, proprio per tentare di rimuovere ciò che è doloroso e, siccome i loro meccanismi di autoregolazione, non funzionano, gli istrionici finiscono per cercare in continuazione esperienze altamente eccitanti. Una classica espressione è: “ho bisogno di sentirmi vivo!”. Il depresso chiaramente non ha questo modus operandi.

Essendo però sempre nella maschera, gli istrionici sono tra gli stili di personalità più “finti”, nel senso che sono quelli meno a contatto con la loro vera natura perché, se lo fossero, ritornerebbero a contattare, quel profondo dolore di non accettazione, di esclusione, quindi una mancanza di contatto, di sintonia, di amore e questo ci riporta sia a CHI, sia a LAR.

Nel profondo anche l’istrionico, come il depresso, è convinto di non valere.

Ciò che cambia è il modo in cui si esprime questo disagio. Nel depresso con la paura di venire abbandonato a cui reagisce con sottomissione, nell’istrionico con la paura della solitudine a cui reagisce con il bisogno di avere sempre a disposizione un pubblico che lo guardi.

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