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la ferita da rifiuto nel grembo materno

La ferita da rifiuto nel grembo materno

Tutti noi, nessuno escluso, siamo chiamati a incontrare sul nostro cammino delle situazioni che entrando in contatto con la nostra sensibilità, la ledono generando dapprima una ferita e dando vita poi alla nostra personalità, ovvero al nostro modo del tutto soggettivo di stare nel mondo, percepirlo e reagire ad esso.

Il rifiuto è una delle ferite emotive che possiamo sperimentare nei primissimi stadi della nostra vita. Di ferite emotive ne ha parlato con accuratezza Lise Bourbeau nel suo libro “le 5 ferite e come guarirle” offrendo a noi ricercatori e amanti della psiche umana, ricchissimi spunti di riflessione e di ricerca.

Il rifiuto è la percezione di non essere desiderati  e tale ferita viene vissuta  quando ci troviamo nel grembo di nostra madre o all’atto stesso della nostra nascita.

Possiamo sentire di non essere voluti per ciò che siamo – e dunque facciamo esperienza del rifiuto- quando per esempio il desiderio di nostra madre di avere un figlio maschio non trova riscontro nella realtà perché le viene comunicato che in grembo ci siamo noi: una femmina.

Anche le paure relative al divenire madre che la nostra mamma ha potuto sperimentare durante la gravidanza, possono essere motivo di percezione di rifiuto da parte della vita che si sviluppa in grembo. La nostra mamma inoltre può aver dubitato rispetto alle proprie capacità di sapersi incamminare nella trasformazione da donna in madre, così come può aver avuto delle preoccupazioni relativamente a diversi ambiti della propria vita che inevitabilmente risentono dell’arrivo del nuovo membro della famiglia:

l’ambito economico, quello lavorativo, quello relazionale , quello personale solo per citarne alcuni.

Basta poco, basta davvero poco affinché il piccino – che tutti noi siamo stati –  faccia esperienza del rifiuto.

La ferita da rifiuto, farne esperienza

A quale donna del resto non capita qualche volta durante la gravidanza di domandarsi se sarà in grado di crescere il proprio figlio? Quale donna non sarà portata a fare delle riflessioni, anche con note di preoccupazione, rispetto alle proprie finanze,  alla propria vita di coppia o alla gestione del proprio lavoro e conciliazione con la vita familiare?

Finché le condizioni sociali che fanno da cornice all’arrivo di un figlio saranno quelle di questi tempi, ovvero così poco attente a salvaguardare la genitorialità, e dunque a prendersi cura di madre e figlio durante i primi anni di vita insieme, sarà inevitabile che siano molte le preoccupazioni che costellano questa fase di vita. Allo stesso tempo fintanto che non inizieremo ad aprirci alla sacralità della vita e ad una comprensione più profonda della stessa, resteremo sempre più imbrogliate nella paura e nel timore che le cose si ritorceranno contro di noi e queste sensazioni sgradevoli inevitabilmente si ripercuoteranno nella vita che cresce in grembo a noi.

Ed è proprio così che succede perché i canali di comunicazione tra mamma e bambino in pancia sono attivi, sono vivi e la placenta pur facendo da barriera, anche se parzialmente, a tante sostanze che risulterebbero nocive per il piccino – alcol, fumo, medicinali – non recide questo sentire fatto di emozioni materne, ma al contrario permette che esso entri e raggiunga la nuova vita in crescita. Come a dire che così deve essere: non siamo esenti dall’assaporare le difficoltà che caratterizzano la nostra vita nemmeno durante la vita intrauterina.

Questo passaggio tra i pensieri-preoccupazioni della mamma e la ricezione degli stessi da parte del piccino trova spiegazione scientifica nelle parole del Dottor Gianpaolo Giacomini, medico che da anni lavora perseguendo l’obiettivo di offrire una visione integrata della medicina e della conoscenza, dove al centro vi sia la persona e non la malattia. Nel suo straordinario libro “Trattato di Alchimia delle Emozioni” Giacomini scrive “il pensiero della madre, che all’interno del cervello non è altro che un campo elettrico, diviene un’onda elettromagnetica. Quest’onda, che viaggia all’interno del corpo della madre, è percepita a livello inconscio anche dal feto. Il nostro cervello, infatti, è in grado di percepire le onde elettromagnetiche, tradurle in segnali elettrici, chimici o ormonali, per poi diffonderli in forma ubiquitaria in tutto il corpo. E’ l’Ipotalamo, una ghiandola collocata anteriormente, all’interno della scatola cranica, tra i due emisferi cerebrali, a compiere questa trasmutazione di onda in chimica. La placenta, organo specifico della gravidanza, barriera e filtro tra il sangue della madre e quello del bambino… è in grado di bloccare l’ingresso nella circolazione fetale di molte molecole, batteri  tossici ambientali. Ma allo stesso modo, essa non è certo in grado di bloccare le onde elettromagnetiche, l’apprensione, le paure e le angosce che provengono dalla madre. Queste onde prodotte dalla madre possono indurre nel cervello del bambino, attraverso l’interazione con l’ipotalamo fetale, la produzione di ormoni, sostanze neuronali e altre molecole segnale che fanno sì che egli possa percepire lo stato d’animo materno “alterato”, preoccupato, in relazione all’ambiente in cui si trova.”

Il rifiuto generalmente viene sperimentato con il genitore dello stesso sesso: figlia con madre e figlio con padre.

Quindi se sei una donna, avrai vissuto questa ferita con la tua mamma – attraverso le sue preoccupazioni o la non accettazione del sesso con cui hai deciso di fare ingresso in questa vita-. Mentre se sei un uomo avrai potuto sperimentare questa  ferita nel caso in cui il tuo papà avrà discusso con la tua mamma perché desiderava tanto una figlia femmina ed invece ti sei palesato tu. Il principio è sempre quello spiegato poche righe fa ma con una premessa diversa: qui la madre ascolta ciò che le viene detto dal marito ed elabora il tutto dando vita ad una sua interpretazione personale generando a sua volta un pensiero tendenzialmente non positivo. Il resto lo conosci già, questa “forma pensiero” così come viene definita da Giacomini, si traduce in un campo elettrico che diviene un’ onda elettromagnetica che successivamente, grazie all’ipotalamo del piccino, viene tramutata in ormoni e altre sostanze attraverso cui la vita in grembo percepisce una sorta di alterazione nell’accettazione incondizionata del luogo che lo ospita.

La nostra vita nasce dunque da condizioni di partenza che risultano imperfette. Non perché alle spalle vi sia un disegno incoerente o poco attento ai dettagli ma perché è solo dall’imperfezione che possiamo sentire il bisogno di muoverci verso il benessere e la felicità.

la ferita da rifiuto nel grembo materno

La ferita da rifiuto: un trampolino di lancio

Le ferite infatti sono il trampolino su cui siamo chiamati a giacere per dar vita a quella forza interiore che nasce nel momento in cui riusciamo a dare un senso ad una difficoltà che la vita ci ha appositamente messo sul nostro cammino. E’ restando con i piedi sul trampolino e accennando dapprima qualche timoroso movimento, che possiamo piano piano comprendere -attraverso prove ed errori e con una buona dose di accettazione e di coraggio – che possiamo realmente spiccare il volo proprio grazie a quella tavola dotata di movimento su cui la vita ci ha adagiati. E dunque movimento e non stasi, bilico e non equilibrio che suggellano il nostro ingresso in questa vita terrena.

Ciò che ci spinge ad andare avanti è sempre una forza. Se non sviluppiamo la nostra forza interiore sarà quella d’inerzia a far da padrona. Anch’essa ci porta avanti, certamente, ma solo sul piano temporale. L’evoluzione personale necessita invece di un percorso non lineare perché sono le buche e i non rettilinei a fungere da stimolo per il superamento di se stessi e la scoperta delle proprie qualità.

In tutte le ferite che siamo chiamati a sperimentare nella vita, è la lettura che ognuno di noi è in grado di fare sull’evento che si sta vivendo a  determinare il nostro vissuto e dunque le nostre reazioni. Non è l’evento in sé a determinarle. E questo è quello che succede nella vita di tutti i giorni. C’è sempre una soggettività a far da padrona. Molti bambini al giorno d’oggi vivono momenti di vera e propria separazione fisica dalla propria mamma dopo la nascita -alcuni perché allontanati per essere visitati altri per essere messi in incubatrice-. Dinnanzi a queste separazioni precoci che richiederebbero uno sguardo più attento e compassionevole da parte degli operatori della nascita, non è detto che tutti i bambini che vivono questo allontanamento dai propri genitori nelle prime ore di vita, sperimentino la stessa ferita: alcuni si sentiranno rifiutati, altri invece abbandonati. Saranno i loro occhi e le scelte effettuate dallo spirito di ognuno di noi prima dell’ incarnazione nel corpo, a determinarne la lettura dell’evento in sé. Ci saranno anime che hanno bisogno di vivere con più contundenza la ferita d’abbandono per imparare ciò che si sono prefissate di voler apprendere ed altre che troveranno nella ferita da rifiuto la loro miglior maestra di vita.

Ovviamente non tutti vivremo tutte le ferite con la stessa intensità: per ciò che concerne il rifiuto per esempio, ci sono donne che vivono la gestazione del proprio figlio con grande preoccupazione o con un marcato rifiuto per il sesso del nascituro mentre altre si trovano in condizioni di maggior serenità anche se abbiamo visto che è molto improbabile non domandarsi quasi mai durante i nove mesi come sarà la nuova vita da madre senza che aleggino interrogativi e onde di dubbi.

Veniamo ora alla trattazione floreale. Quali fiori posso venir a sostenere la nuova vita in via di sviluppo alle prese con questa ferita?

la ferita da rifiuto nel grembo materno

La ferita da rifiuto: quali fiori

Tra i fiori indicati per il bambino in grembo, vi è sicuramente Star of Bethlehem (la Stella di Betlemme), fiore all’occhiello per la sanazione dei traumi intrauterini. Il fiore è infatti altamente indicato per tutti gli shock, non solo quelli fisici ma anche quelli che agiscono a livelli più sottili che sono appunto quelli che vengono registrati in grembo. Bach definiva Star of Bethlehem “ il rimedio consolatore dell’anima capace di alleviare le sofferenze”. L’essenza infatti aiuta la vita in formazione a non soccombere alla percezione dolorosa che l’ambiente in cui è accolta è invaso da dubbi e preoccupazione e la sostiene nell’accettazione di questa esperienza seppur essa risulti difficile da gestire.

Un altro fiore da tenere in considerazione è Sweet Chestnut  (il Castagno Dolce) descritto da Bach come il fiore “per lo stato interiore di sofferenza, in cui sembra minacciata l’esistenza stessa dell’anima”. Questo fiore risulta indicato nei casi in cui possiamo ipotizzare che a fronte di incessanti dubbi e preoccupazioni materne rispetto alla gravidanza, il piccino in grembo -sentendo inevitabilmente il peso di tutta questa situazione- sente di non aver più la forza di sopportare le sensazioni veicolate dall’utero freddo in cui è immerso. Perché questo è ciò che succede quando le preoccupazioni sono costanti: l’utero diventa freddo in quanto non riceve il calore che entra in circolo attraverso un atteggiamento di fiducia nella vita.

Anche Olive (l’Olivo) è un fiore molto interessante in quanto viene a offrire il suo contributo rispetto al dispendio energetico che si registra nel bambino come conseguenza alla situazione di “lotta per la sopravvivenza” che sta vivendo. Quando la vita in essere vuole continuare a vivere ma le circostanze “esterne” non sono del tutto favorevoli a questo desiderio, questo fiore risulta indispensabile. L’essenza è infatti legata al principio della rigenerazione e dona il necessario apporto energetico per affrontare al meglio la situazione che si sta vivendo.

Per ciò che concerne i fiori che lavorano sulla protezione della vita in grembo, due sono le essenze floreali maggiormente indicate: Aspen e Walnut.

Aspen (il Pioppo Tremulo) fiore indicato per “i senza pelle”, per le persone estremamente sensibili e avvolte da cupi presentimenti. La vita che si sta sviluppando in grembo è così, priva di una struttura corporea che funga da parafulmine. In grembo si è estremamente ricettivi a tutto perché è il corpo energetico a primeggiare su quello corporeo che è ancora in via di sviluppo.

Rock Rose (l’Eliantemo), uno dei fiori cardine del Rescue Remedy, può risultare molto utile nella trattazione della ferita da rifiuto quando la mamma si trova a vivere momenti di difficoltà identificabili come “situazioni di emergenza”. L’essenza agisce infatti sulla sensazione di panico che può venire esperita dal bambino in grembo, se l’intensità e la frequenza dello stato di preoccupazione della mamma indicano che la stessa sta attraversando un periodo caratterizzato da paura acuta e angoscia.

Anche Walnut (il Noce) svolge una funzione protettiva in quanto favorisce l’adattamento ogniqualvolta ci troviamo a vivere situazioni che comportano importanti cambiamenti interiori . E’ estremamente utile in tutti i grandi passaggi di trasformazione biologica: infanzia, pubertà, adolescenza, menopausa, vecchiaia e ovviamente anche durante la gravidanza: periodo in cui si registra una vorticosa accelerazione in termini di cambiamento. Walnut fornisce solidità in quanto agisce come un vero e proprio scudo protettivo – come fa il guscio della noce – permettendo al piccolo di proseguire nel suo sviluppo psicofisico nonostante le interferenze che provengono dal grembo.

Un altro fiore indicato è Water Violet (la Violetta D’Acqua). Ciò perché dinnanzi alla “percezione” del rifiuto da parte del bambino in pancia, può scaturire in esso la necessità di ritirarsi, di fuggire da ciò che sta sperimentando, come forma di protezione e dunque di difesa a salvaguardia della propria vita. L’essenza risulta estremamente utile in quanto questo ritiro, pur messo in atto con fini di sopravvivenza, determinerebbe un blocco dell’energia che si concentrerebbe solo all’interno, verso il cuore, a discapito della circolazione periferica. Proprio quello che succede a chi porta su di sé una grande ferita da rifiuto e nella vita ha mani e piedi perennemente freddi, ciò ad indicare che in realtà non si è interessati alla relazione con il mondo perché il primo contatto che si è avuto con esso non è stato positivo.

Anche Chicory (la Cicoria) è un fiore indispensabile nella trattazione della ferita da rifiuto. L’essenza lavora sul vuoto interiore che sperimentiamo quando c’è una parte di noi – anche se inconscia – che sente di non essere stata amata come si sarebbe voluto e che fa di noi persone manipolatrici- bambini e adulti – alla continua ricerca di riconoscimenti, auto conferme e  attenzioni altrui.

La vita in via di sviluppo ha estremamente bisogno di questo fiore in quanto esso le permette di rammentare che “Tutti noi che siamo nati e che siamo qui, abbiamo ricevuto un grande sì da nostra madre all’ inizio della nostra vita”. Senza questa accettazione da parte della mamma – anche se inconscia – la gestazione  non procede. Ciò non significa che alla base di ogni aborto spontaneo vi sia una non accettazione della gravidanza da parte della donna, in quanto vi possono essere altri fattori a determinarlo, tuttavia l’accettazione resta una conditio sine qua non. Senza questo grande sì il corpo della mamma infatti non è in grado di dar vita a  tutte quelle risposte ormonali che fisiologicamente esso produce in risposta alla presenza del nuovo arrivato e che permettono alla vita di avanzare.

Nel mio prossimo articolo riprenderò la trattazione della ferita da rifiuto focalizzandomi maggiormente sulla mamma: sui sintomi fisici che parlano di questa non completa accettazione della nuova vita in grembo e sui rimedi floreali indicati per la trattazione degli stessi e delle preoccupazioni materne che possono insorgere durante i nove mesi della gravidanza.

Un caro saluto,

Wilma

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