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Sarà madre e manca poco. Quel bambino che fino ad oggi ha nutrito la sua immaginazione, sta per concretizzarsi. Sta per poter osservare il suo sguardo, per la prima volta occhi negli occhi; è in procinto di poter sentire il profumo della sua pelle e vedere la forma delle sue manine.

Nell’immaginario collettivo questo è un momento di grande gioia per la futura mamma; tuttavia la realtà –grande maestra più di qualsivoglia principio, ci dimostra che non esiste solo questo scenario, né prima dell’arrivo del figlio né successivamente alla sua venuta.

Dal bambino desiderato al bambino reale è a tutti gli effetti una vera e propria fase di transizione in cui emozioni molto diverse tra loro son lì a ricordare alla futura mamma che sta per attraversare un varcoAlcune donne vivono questa transizione con centratura e distensione, per altre invece il passaggio presenta le sembianze di una strettoia che per poter essere attraversata richiede una buona dose di sforzo e di controllo.

Questo ventaglio di possibilità emotive  varia molto da donna a donna perché ampio e variopinto è l’universo femminile. Si tratta infatti di un passaggio tanto delicato quanto soggettivo. Che stia per accogliere tra le sue braccia il bambino che porta in grembo o un bambino che sta per adottare, sono le lenti con cui ha imparato a percepire il mondo che le faranno vivere questo passaggio con più o meno distensione. E questo vale per tutti noi: ognuno interpreta le situazioni che vive nell’oggi come ha imparato a fare quando era piccolo, anche sulla base del temperamento con cui ciascuno di noi ha fatto ingresso in questa vita ; non c’è un giusto o uno sbagliato, esiste semplicemente uno sguardo soggettivo.

Per alcune donne il cammino che separa il  “bambino immaginario” dal “figlio reale” può farsi stretto e difficoltoso perché a reclamare attenzione bussando alla propria porta, è la paura. E spesso questa paura si chiama “paura di non essere all’altezza”.

Sperimentare incertezza è umano: domandarsi come sarà l’esperienza che sto per vivere è una forma mentis propria della nostra specie. A differenza degli animali noi siamo infatti dotati di una neo corteccia che ci dà la possibilità di viaggiare mentalmente più in là nel tempo e che ci permette di fare delle riflessioni, ma anche congetture, su un tempo che non è l’adesso.

Generalmente i semi di questi complessi di inferiorità  “tu più-io meno” sono da ricercarsi nella prima infanzia; “non sei intelligente come tue sorella” “non sarai mai all’altezza dei tuoi fratelli” sono frasi che portano la bambina a percepire un continuo confronto con i suoi simili;  a suon di ripetizioni e di confronti nasce un automatismo che si manifesta nella previsione del fallimento: sapere, ancor prima di averci provato, che il risultato che si otterrà, non sarà quello sperato.

Quando la nostra mente guida la nostra azione suggerendole che qualsiasi cosa io faccia “non sarò in grado di farcela” significa che siamo abitati da una credenza erronea e autolimitante che sta decidendo al posto nostro.

Dinnanzi ad una donna con una bassa autostima e in procinto di diventare madre, potrebbero profilarsi diversi scenari a seconda della “piega” che quest’energia contratta assumerà.

Questa forma pensiero che le rammenta di non essere all’altezza, potrebbe per esempio portarla a farle percepire tutto ciò che si profila al suo orizzonte come uno scoglio insormontabile  (nanna del bambino, cambio pannolino, allattamento, gestione familiare etc.) La neo mamma potrebbe pertanto sperimentare un’immensa fatica ma anche sentimenti interiori di resa che non indicano però assenza d’amore verso il proprio figlio bensì parlano di un suo profondo bisogno troppo a lungo inascoltato. Si tratta di un bisogno che riguarda quegli aspetti  che hanno a che vedere con la capacità di passare dalla riflessione all’azione, dal pensiero alla concretizzazione, dalla paura indotta da pensieri di bassa autostima, al primo passo verso la presa in carico. Tutti aspetti che sono stati affievoliti nel tempo proprio ad opera della paura di non farcela che come una voce interiore ci continua a sussurrare all’orecchio: “che senso ha provarci se tanto sai già di non esserne capace?“. 

Rinforzare l’azione non significa solo agire nonostante l’insicurezza di base per dimostrare a se stessi che invece si è in grado di farcela; significa anche imparare a chiedere aiuto, andare verso chi può sostenerci in questo momento delicato che fa da rimando alle nostre parti ferite che chiedono di essere viste e amate.

Certamente l’elemento difficoltà è presente in ogni maternità; essa è una palestra a tutti gli effetti: ritmi, orari, incombenze, priorità..tutto cambia e lo fa improvvisamente. Non è affatto semplice sintonizzarsi su questi nuovi ritmi e la società dovrebbe avere un occhio di riguardo costantemente puntato su questa fase di vita che può essere fortemente destabilizzante per la donna; come umanità abbiamo altresì un gran bisogno di sviluppare la capacità di sospendere il giudizio verso le mamme che “non ce la fanno” per iniziare a sostituire questo giudizio con riflessioni che ci portino a domandarci cosa ne è dell’autostima di questa madre?”. Questa è sicuramente una buona domanda da porsi.

Procediamo.

La stessa credenza autolimitante “non mi sento all’altezza” può  sfociare in un atteggiamento completamente opposto a quello che abbiamo appena visto; una donna che crede di non essere in grado di fare la mamma potrebbe per esempio dar vita ad uno stile di comportamento che la porterà giorno dopo giorno, mese dopo mese, ma anche anno dopo anno e senza fine… a dare sempre e comunque il meglio di se stessa verso il figlio; come se da un certo momento della sua vita in avanti esistesse solo lui.

Questa dinamica altro non è che la raffigurazione di un incessante tentativo inconscio di dimostrare a noi stesse e di rimando agli occhi altrui -compresi ovviamente quelli del proprio figlio- che invece “io sì che valgo!!”. “Valgo e dimostro di valere se non gli faccio mancare nulla, e soprattutto se dimostro di essere in grado di proteggerlo dalle bruttezze che ho sperimentato nella mia infanzia e verso le quali sento di non essere stata protetta a sufficienza da chi doveva farlo”.

Sentire dentro di sé amore verso il proprio figlio e mettere in campo le proprie risorse per accudirlo con le cure amorevoli di cui i bambini hanno bisogno è sicuramente un atteggiamento vincente verso la vita. Tuttavia riversare tutta se stessa, annullandosi come persona, dimenticandosi delle proprie necessità per un lasso di tempo che sembra non avere mai fine, è un’altra questione.

E le conseguenze sono l’annullamento della donna che siamo, a difesa della madre che ora siam diventateMa l’equilibrio verso il quale dovremmo tendere lo si trova facendo spazio ad entrambe. Un po’ alla volta lasciando che donna e madre interagiscano, si parlino e inizino infine a convivere. Del resto se io donna non mi prendo cura di me stessa coltivando anche i miei interessi, come posso prendermi cura in modo sano ed equilibrato di chi da me dipende? In questa prospettiva lavorare su se stesse per entrare in contatto con le proprie credenze limitanti e con le paure da esse scaturite, è certamente una buona strada da percorrere in virtù dell’amor proprio.

 


Vediamo ora alcune delle essenze floreali che possono venir in tuo aiuto in questo cammin di Vita:

LARCH(LAR) il fiore per la mancanza di autostima: “non sono all’altezza”L’essenza lavora sulla mancanza di fiducia che puoi nutrire verso te stessa. Infondendo fiducia, Larch ti aiuta a trasformare queste convinzioni autolimitanti nell’ energia di cui hai bisogno per darti  la possibilità di osservarti e di sperimentarti come essere capace.

GENTIAN(GEN) il fiore per il pessimismo “ogni novità, ogni cambiamento nella vita è ai tuoi occhi uno scoglio difficile da superare”. Il fiore ti accompagna ad accettare le difficoltà e a vederle come fonte di apprendimento e non come problema da risolvere.

GORSE(GOR) il fiore per la resa.L’essenza ti sostiene quando dinanzi a tutte le incombenze e variazioni che la recente maternità porta con sé, lo scoraggiamento bussa alla tua porta. Il fiore ti aiuta a riaccendere il tuo spirito combattivo

PINE(PIN) il fiore per il senso di colpa “Devo fare di più per essere all’altezza”. Pine ti aiuta quando l’eccesso di cure che offri a tuo figlio è innescato da una serie di regole, divieti e modelli sociali inconsci che come bussole interne ti indicano che la strada da percorrere è quella del sacrificio.

Buone riflessioni e un saluto

Wilma Riolo, Psicologa e Ricercatrice Indipendente

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