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La vera storia di Elvis, the pelvis, in the Memphis

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La vera storia di Elvis, the pelvis, in the Memphis

La vera storia di Elvis, the pelvis, in the Memphis

Qualche sera fa, ho visto il film Elvis, al cinema. Ci sono due cose che gli americani sanno fare davvero bene, i film e la guerra. Come conseguenza, i film di guerra, che servono a vendere l’idea della supremazia americana nel mondo, ma questo è un altro discorso.
(Sapevi che per fare un film di guerra, visto che servono aerei e carri armati, bisogna chiedere il permesso all’esercito e alla marina, che hanno un apposito ufficio di approvazione delle sceneggiature? Se la sceneggiatura non piace, il film non si fa … vedi Dune di Jodorowsky. Ma questo è un altro discorso.)
Elvis non esula da questa capacità americana. La storia è resa straordinariamente bene, la scrittura è spettacolare, emotiva, ti colpisce e le immagini sono precise e rendono perfettamente l’idea.
Per scrivere questo articolo, ho attinto alle biografie ufficiali. Contiene qualche SPOILER del film. Sapevatelo.
Elvis Aaron Presley è il figlio “sopravvissuto” di una coppia di americani che, come molti, è un meltin pot di culture diverse, che fa fatica, che vive in povertà, arrabattandosi con lavori saltuari.
Perché “sopravvissuto”? Perché il neonato Elvis ha perso un gemello, Jessie, nato morto. Quando questo accade, i genitori vivono contemporaneamente la gioia della vita e il dolore della perdita. Come hai capito, se mi segui da un po’, gli elementi che segnano l’albero genealogico sono l’Eros e il Thanatos.
Come per il “gemello scomparso” che muore in utero, così per una morte bianca o un bambino nato morto, il destino del sopravvissuto si carica di questo Thanatos che lo accompagnerà per sempre, o almeno fino a che il lutto non verrò rielaborato.
Ma a volte va bene così. Nel film questo accadimento è descritto con le parole della madre: “Elvis avrai la forza di due uomini”. È bene? Sicuramente questo avvenimento ha dato al Re del rock la spinta per arrivare ai traguardi di carriera che auspicava, ma a quale prezzo? A breve lo vedremo.
Il primo tema del destino del nostro è proprio questo: farsi carico della responsabilità di vivere per due. Di portare avanti, per via del Thanatos, una vita che non c’è più. Pensala da un punto di vista energetico e genealogico: lo sforzo è doppio.
Oltre a questo, il bambino che vive una dinamica come questa, sente inconsciamente di dover consolare la mamma ferita che soffre.
E spunta sulla scena la nostra madre amorevole. Gladys Love Smith (badate bene al nome Love, in nome Omen), pur essendo cattolica, si considera di etnia ebraica, perché sua nonna era ebrea di origine lituana. Elvis alla sua morte, fece apporre sulla lapide una stella di David. Come a dire “anch’io”.
Gli anelli della catena della famiglia, come puoi vedere, si ripercuotono per generazioni finché non vengono rotti dagli anelli considerati deboli che in realtà deboli non sono. Invece, per la maggior parte delle persone, rompere questi anelli porta alla perdita dell’identità, e quindi nonostante la vita ti spinga a farlo, preferisci restare all’interno del conosciuto, nella sicurezza dell’ombra.
Gladys “Love” ha quindi un karma “interessante”, diciamo così, per via delle sue origini, senza offesa ovviamente, ma oggettivamente il karma ebraico non è certo aperto e leggero. Elvis nelle interviste, spesso fa riferimento al rapporto affettivo che lo legava ai genitori, specialmente con la madre.
Nel film questo “piccolissimo particolare” è reso straordinariamente bene con la costruzione di un rapporto simbiotico di dipendenza carico di sensi di colpa, molto verosimile, in cui Gladys Love “controlla” il suo piccolo bambino con l’amore che solo una madre può cercare di estrarre da lui.
Quando la madre è nella mancanza, infatti, anziché fungere da contenitore per le ansie del bambino, ricerca in lui la sicurezza che non ha. Si spostano così gli equilibri e il bambino diventa in qualche modo responsabile della felicità della mamma, legando la propria felicità a doppio filo, a quella di lei.
Questa forzatura d’Amore si ripercuote nelle vite delle vittime dell’amore, rendendole sempre più bisognose. L’amore è energia e questa energia può solo essere in flusso. O scorre o manca. Scorre comunque, ma se tu non lo senti perché da qualche parte c’è un blocco, allora questo flusso scorre, ma tu non lo averti e passi la vita a cercarlo.
Gladys Love che è chiaramente pure lei nella mancanza d’amore, anche per via del lutto del gemello di Elvis, vuole proteggere il suo bambino perché è tutto ciò che le rimane. Ma Gladys, come narrano le biografie, muore di epatite, ha quindi, per le 5 leggi biologiche, un conflitto di territorio legato a questioni materiali. Del resto ha vissuto gran parte della sua vita in povertà e si è consolata con l’abuso di alcol. Come possiamo biasimarla?
Ma una donna che vive nella mancanza d’amore, assume due forme potenziali: o diventa una vittima e cerca un uomo forte, oppure diventa un generale e cerca un uomo debole. Un uomo con una carica maschile sana non si combina. Non fa swipe a destra su Tinder.
E veniamo infatti a Vernon, che non è lo zio di Harry Potter, ma il papà di Elvis. Per stare con una donna così forte e direttiva, che “ama il suo bambino”, papà spostati. Serve un uomo che non sia un “pater familias”, perché lui e il generale farebbero a pugni. Durano dieci minuti compresi i preliminari.
Ma cosa succede a un bambino senza la presenza di una madre sufficientemente buona e senza un padre protettivo che sappia dare una direzione?
C’è bisogno di un padre sostitutivo. E fa l’ingresso in scena il colonnello Tom Parker. Il manager di Elvis, si scoprirà, con l’infittirsi della trama, è un individuo losco, vittima del gioco d’azzardo, che lucra sulle doti dell’artista, arrivando a dichiarare: “quando ho conosciuto Elvis, aveva milioni di dollari di talento, ora solo milioni di dollari” e, nelle biografie ufficiali, si dice che quando il Re del rock morì, a soli 42 anni, stroncato da un infarto, il colonnello sbuffò come se quello fosse solo un altro problema da risolvere.
Elvis voleva portare la sua musica in giro per il mondo. Pare che il colonnello, per via dei suoi debiti di gioco, lo costrinse con l’inganno a restare a Las Vegas, e organizzò un concerto in mondovisione. Portò il mondo da Elvis, anziché Elvis nel mondo.
Elvis mi ricorda istintivamente Mozart.
Tu puoi essere un genio musicale incomparabile e influenzare la vita e la musica di generazioni intere, ma rimanere fondamentalmente un bambino bisognoso d’amore.
Talento, ambizione, voglia di arrivare, di raggiungere il successo, spesso sono solo lo specchio di mancanze interiori profonde che non trovano soluzione. Pensare che tutta la nostra cultura, così affamata d’amore, si basa integralmente sull’emulazione di queste persone che hanno “successo”, apre spazi interessanti di auto-osservazione. Ciò non toglie che ho cantato tutto il film.
Ma c’è un dettaglio che mi ha colpito davvero profondamente. Nel finale, dopo la conclusione del film girato con gli attori, è stata inserita una scena in cui il vero Elvis canta a Las Vegas, la sua ultima apparizione in pubblico prima di morire.
Ho ritagliato un fotogramma (mi spiace per la bassa qualità) in cui si vede chiaramente la sua baby face. Un uomo di successo, che ha avuto tutto, che si è distrutto di pillole per poter tenere 800 concerti in 4 anni, che ha “amato” moltissime donne, che ha influenzato con le sue movenze intere generazioni, a cui hanno lanciato più mutande in faccia che a Rocco Siffredi, ha questi occhi.
Guardate questi occhi. Sono teneri, ingenui, bisognosi e puri. Sono gli occhi di un bambino che cerca la sua mamma e quell’amore universale che ha trovato solo per alcuni momenti nella sua musica.
Sono gli occhi di un bambino che non ha trovato in sé la forza di diventare un uomo, liberandosi della sua famiglia d’origine per via dell’impossibilità di godere pienamente dell’amore, poiché è stato verosimilmente cresciuto nella sua mancanza.
Se sei stato catturato in una trappola dalla tua famiglia e non puoi uscirne, ti invito a partecipare al webinar sulle dinamiche familiari e su come riconoscere e sciogliere certi nodi karmici familiari.
O, come direbbe The King … I caught in a trap, i can’t get out, beacause i love you to much baby …
Puoi iscriverti qui:

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